La Cina nel 2050 produrrà energia in una centrale orbitante. Ma è davvero questo il futuro che vogliamo?

La Cina è in prima fila nella corsa all’energia pulita con una strategia che finora ha puntato molto sull’installazione di impianti monstre come il Longyangxia Dam Solar Park che con i suoi 4 milioni di pannelli è uno dei più grandi al mondo. La superficie di questa maxi installazione, ampia 27 chilometri quadrati, è stata da poco fotografata in tutta la sua estensione dallo spazio, da un satellite della Nasa.

Un’immagine incredibile? Si, almeno fino a quando non sarà ultimato nella regione di Ningxia un nuovo maxi impianto che occuperà ben 46 chilometri quadrati per una capacità di 2 GW. Una centrale destinata ad aumentere ancora la capacità del gigante asiatico, già oggi primo produttore di energia fotovoltaica al mondo con 77,42 GW di potenza installata.
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Fotografia spaziale del Longyangxia Dam Solar ParkA Pechino però questo pare non bastare, al punto da accarezzare il sogno di estendere la produzione in verticale. E non si tratta di pannelli su grattacieli, ma di stazioni spaziali capaci di produrre energia fotovoltaica. I dettagli naturalmente sono molto pochi e l’impresa sembra titanica, almeno sulla carta. Costi di produzione e una tecnologia avanzata sembrano essere ostacoli insormontabili. Sembrano o forse è più corretto dire sembravano. Perché l’idea di produrre energia fotovoltaica nello spazio è più di un sogno al punto che è anche trapelata una data per il lancio: 2050.

L’idea, a dir la verità, non è nuova ma risale all’epoca d’oro delle esplorazioni spaziali. Già negli anni Settanta infatti la Nasa aveva pensato di produrre energia nello spazio ma i progetti erano stati abbandonati per ostacoli che, data la tecnologia del tempo, sembravano insormontabili. A questo si è aggiunto, negli anni Novanta, il progressivo abbandono delle esplorazioni spaziali che sembrava aver messo una pietra sopra la produzione energetica stellare.

Dallo spazio alla terra: le sfide del progetto

Le cose però, oggi, sono diverse. Anzitutto l’attenzione all’esplorazione dello spazio è tornata ai massimi livelli e si stanno affinando le tecniche per mantenere il più possibile un’occupazione stanziale nelle stazioni orbitanti. Poi ci sono nuove possibilità per le comunicazioni e il trasferimento di energia. Soprattutto, però, è la fame di energia a spingere in questo senso: la crescita della popolazione (9 miliardi entro il 2050) e contemporaneamente la necessità di abbandonare combustibili fossili necessitano di una risposta forte. E produrre nello spazio, ad alcuni, è sembrata una soluzione percorribile.
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Come ha spiegato su NBC News, Ali Hajimiri, professore di ingegneria elettrica al California Institute of Technology e direttore del progetto Space Solar Power della stessa università: “L’energia fotovoltaica in orbita viene vista come una grande possibilità per un motivo molto semplice: il sole nello spazio splende sempre e quindi la produzione sarebbe stabile e continua. Non si ha a che fare con il ciclo giorno e notte o con le nuvole o l’alternarsi delle stagioni, quindi si calcola che l’energia a disposizione sia in quantità da otto a nove volte maggiore rispetto alla terra”.

La difficoltà principale però sarà trasportare questa produzione dallo spazio alla Terra. Secondo il fisico americano John Mankins, già alla guida della NASA negli anni Novanta, il progetto cinese potrebbe prevedere il lancio di decine di migliaia di "satelliti solari" che si collegherebbero tra loro fino a formare una sorta di rete in orbita a circa 22.000 miglia di distanza dalla Terra. Questi satelliti sarebbero coperti di pannelli sempre esposti alla luce del sole che produrrebbero energia poi convertita in microonde e così trasmessa via wireless a enormi ricevitori sulla Terra. Un impianto spaziale - in tutti i sensi - che sempre secondo Mankins avrebbe una capacità da 2000 GW: il pratica più del doppio di quanto prodotto oggi nel mondo.

Scenari futuri: lo spazio o la generazione distribuita?

Fantascienza? Forse sì o forse no, visto che il China Daily ha annunciato l’inizio delle sperimentazioni nella città sud-occidentale di Chongqing dove si stanno facendo prove sulla modalità migliore di trasmissione. Prima di sognare ad occhi aperti, però, la domanda da porsi è un’altra: è davvero questo il futuro che vogliamo?

Il passaggio dal modello delle grandi centrali a quelli della centrale unica - per lo più spaziale - nonostante l’enorme sforzo tecnologico, ci sembra un salto nel passato e nei suoi sogni mitici. La generazione verde dell’energia, per noi, è realizzata sul territorio, casa per casa, con la possibilità dell’autoconsumo. È la generazione distribuita, il nostro sogno a portata di mano (anzi di tetto). Una crescita lenta, ma continua e condivisa che nel 2050 potrebbe rendere superflua (e obsoleta) la costosissima centrale spaziale.